“Ho sempre percepito il linguaggio della narrazione
di Vincenza Fanizza come imparentato al cinema.
Non penso al cinema contemporaneo ma a quello degli inizi, con il
bambino paffutello e nudo che corre ridendo per la stanza perché non si vuole
vestire, la bambina che sale sull'albero a guardare il mare o che vede oggetti
e animali nel profilo cangiante delle nuvole dal terrazzo alto della casa della
nonna, vicino al campanile e ai nidi delle rondini. Mi fa pensare anche al
cinema libero e anarchico di Jean Vigo,
pieno di sogni ma sempre ancorato all'osservazione e allo spunto reale. Però, a
differenza di quei film in bianco e nero, per Vincenza i colori sono importanti
e hanno proprio valenza pittorica, sono
colori che dicono”.
(Dalla
recensione del libro “La mia storia inventata” di Maresa D’Arcangelo su
Stamp.Toscana)

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